La nascita della scuola media unica

 

La fine della guerra e la riconquistata libertà politica attivano le forze democratiche del paese nella ricerca di strumenti di gestione più avanzati che assicurino agli operatori scolastici una dignità professionale e alla scuola stessa la completa autonomia operativa nella formazione di liberi e democratici cittadini.. Caduto il fascismo, infatti e terminata la guerra, nel 1946, l’Italia con un “referendum” scelse la Repubblica come forma di stato e di dotò di una nuova Costituzione, entrata in vigore 1° gennaio 1948[1].

Alcuni degli articoli erano riservati all’istruzione e alla scuola.

Nell’art. 33 si proclamava la libertà dell’arte e della scienza e del loro insegnamento, ma, soprattutto si affermava che era possibile per i privati istituire scuola, ma “senza oneri per lo Stato”.

E nell’rt. 34, si affermava un obbligo di almeno otto anni e, dunque la scuola per tutti fino a 14 anni, il diritto di studio per capaci e meritevoli e l’impegno della Repubblica a rendere effettivo questo diritto con forme di assistenza economica. Nella fase iniziale della vita politica delle repubblica, quella dei governi centristi a maggioranza democristiana, non si pensò ad attuare il dettato costituzionale dell’innalzamento dell’obbligo scolastico ma si cercò di favorire la scuola privata, aggirando il divieto costituzionale di finanziamenti alla scuole private. A questa politica si opposero le forze laiche, organizzandosi per al difesa della scuola pubblica.

nel 1955, vennero approvati nuovi programmi della scuola elementare che portavano la firma del ministro Ermini. Li ispirava un misto di attivismo e spiritualismo; la religione cattolica li permeava massicciamente ed era riproposta come coronamento e fondamento dell’insegnamento. Quella elementare era pensata più come una scuola finalizzata ad educare la capacità fondamentale che non a istruire l’intelligenza e il carattere, che trovava per questo aspetto, nella tradizione umanistica e cristiana, la sua fonte.

Qualche anno dopo, nel 1958, venne lanciato un “Piano decennale della scuola” dal governo Fanfani, in cui ministro dell’istruzione era  A. Moro. Appariva, così, l’intento di attuare una politica di programmazione nel settore scolastico. L’aspetto positivo del piano ne segnava anche il limite. Difatti, al centro veniva posto un intervento finanziario volto a sostenere e a favorire l’espansione quantitativa del sistema scolastico, non collegato ad interventi di riforma qualitativa dello stesso sistema. Si disse allora che quel piano era una “cornice  senza quadro”.

Lo sviluppo economico e le conseguenti trasformazioni sociali premevano per un adeguamento, non solo quantitativo della scuola. concorreva a un a spinta innovativa, in questo settore, il passaggio a governi di centro sinistra, con la presenza dei socialisti. Si può considerare la riforma della scuola media del 1962 il primo risultato di questo clima. Dopo quattordici anni, si attuava la scuola dell’obbligo prevista dalla Costituzione.

Dopo lunghe discussioni, durate vari anni, sui vari aspetti sociali, culturali e politici della questione e dopo il confronto tra differenti disegni di legge presentati dalle diverse forze politiche, nel dicembre 1962 fu approvata dal Parlamento la legge istitutiva della scuola media unica dell’obbligo. essa estendeva l’obbligo al quattordicesimo anno di età e unificava tutte le scuole successive alle elementari (medie, avviamenti professionali, ecc. ) in un’ unica scuola.

In tal modo, precisa il Ragazzini[2], “si spostava in avanti il momento in cui gli alunni sono costretti a scegliere la loro carriera scolastica”, si faceva coincidere l’età di espletamento dell’obbligo con quella lavorativa minima, si toglieva la distinzione di scuole secondo i ceti sociali, che era rimasta in vita anche dopo la ridefinizione della Scuola media secondo i progetti di Bottai, nel 1940.

nei travagliati dibattiti culturali e politici che portarono alla legge  n° 1859 del 31 dicembre 1962 il problema del tipo di struttura (unica e differenziata) da dare alla scuola  si era intrecciato con quelli inerenti le finalità educative e di formazione culturale da affidarle. In particolare, il problema se prevedere o meno l’insegnamento del latino inteso come elemento portante e simbolo della cultura umanistica, fosse presente nella preparazione di tutti[3], mentre gli altri lo avrebbero voluto riservare a un ramo scolastico differenziato ed altri ancora si chiedevano se, invece, esso non fosse superfluo o addirittura di ostacolo rispetto alla diffusione di unna cultura moderna in una scuola non specialistica.

Altre considerazioni di tipo socio- culturale riguardavano il fatto che il latino si presentava come ostacolo fondamentale e quasi criterio di selezione nella scuola precedente la riforma a scapito soprattutto delle classi popolari ( la cui competenza linguistica giungeva a malapena a superare il dialetto). Nel 1962 si pervenne ad una conclusione ambigua: il latino, assente nella prima classe, compariva nella seconda come “elementari conoscenze” integranti l’insegnamento dell’Italiano e, in terza, diventava argomento di insegnamento autonomo ma opzionale. Essendo, pero, lo studio del latino obbligatorio per l’iscrizione al liceo classico, la scelta  che gli studenti dovevano compiere in proposito reintroduceva una differenziazione interna alla scuola media.

L’istituzione della scuola media unica è certamente l’unico evento effettivamente innovativo nella scuola italiana, anzi è stato detto[4] molto opportunamente che la legge n° 1859/62 costituiva  “il più importante intervento riformatore nel settore scolastico dalla Costituzione in poi. Se si guarda alla sua giustificazione di fondo, quale è recepita nella legge istitutiva , la scuola media unica vuole rispondere alle esigenze di una società democratica secondo i postulati  di una eguaglianza di occasioni formative per tutti i cittadini. Essa rappresenta indubbiamente una conquista non solo per la nostra legislazione scolastica, ma anche per la nostra società, nella misura in cui si realizza  o intende realizzar, quel concetto tipicamente moderno della popolarità della scuola e nella sua estensione a quanti più e per più tempo, che è insito nella pedagogia contemporanea più attenta alle esigenze della società.. La scuola media è fattore fondamentale di cultura nel nostro paese perché offre l’occasione   e i mezzi, l’aspirazione e il metodo di giudizio per questo incontro fa esseri umani, che è intellettuale e sociale, basato ovviamente su nozioni e istruzioni specifiche, ma anche formativo e civile nel senso più ampio.

La scuola media, nel momento in cui favorisce la mobilità e l’interscambio fra le classi sociali, offre i mezzi per una consapevole presenza e partecipazione alla vita del paese. In altre parole, è al livello della scuola media   che possiamo più propriamente comprendere come la scuola, oggi oltre che palestra intellettuale per così dire, abbia una fondamentale funzione di stimolo sociale e di preparazione civica. Nel momento i cui è fattore di cultura, la scuola media è anche fattore di democrazia.

Questa insistenza sul carattere civico e democratico della scuola media è importante in quanto ne mette in luce anche quella che dovrebbe esserne la struttura di fondo e la sua funzione.

La scuola media unica, infatti, risponde al principio democratico di elevare il livello di educazione e di istruzione personale di ciascun cittadino e in generale di tutto il popolo italiano, potenzia la capacità di partecipazione ai valori  della cultura della civiltà e della convivenza sociale e di contribuire al loro sviluppo. Essa, secondo la legge istitutiva, “concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione. e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva”.

La fine degli anni Sessanta, con i grandi movimenti di protesta, le contestazioni studentesche, le mutate ideologie politiche, sociali e religiose, portò grandi rinnovamenti anche nel mondo della scuola, che da selettiva passò ad essere orientativa

La risposta dei governi di centro-sinistra alla proteste studentesche, sul piano legislativo, fu l’emanazione dei Decreti delegati del 1974, che ridisegnavano il volto della scuola secondo il principio della partecipazione, dunque, di una maggiore democratizzazione[5].

Per spingere il governo Andreotti ad emanare la legge - delega, i sindacati confederali proclamarono uno sciopero generale, il primo e unico proclamato per questioni scolastiche, poi annullato per l’accordo intervenuto con il governo , segno di un’ attenzione e di un interesse  più vivi per la scuola. Nel luglio dello stesso anno venne presentata la legge – delega n° 477/73.

Questa legge delegò il governo a emanare uno o più decreti sulla scuola, fissando i principi generali cui la normativa si sarebbe dovuta attenere. Dei cinque decreti-delegati che ne derivarono, tutti pubblicati in data 31 maggio 1974, i primi due, cioè il 416 e il 417, introducono cambiamenti rilevanti sia nell’organizzazione complessiva della scuola, nella cui gestione vengono chiamante a partecipare le rappresentanze delle sue componenti  interne ed esterne, sia specificatamente  nella definizione della figura del docente, di cui si valorizza l’inserimento nella dimensione della collegialità.

L’istituzione degli organi collegiali ha lo scopo di realizzare “la partecipazione nella gestione della scuola, dando ad essa il carattere di un a comunità sociale e civica”. l’attuazione dei decreti delegati ha rappresentato un momento di svolta nella vita della scuola italiana. Ma agli ambiziosi obiettivi di democrazia partecipativa, che avrebbero dovuto trasformare la scuola secondo il modello della “comunità educante”, hanno corrisposto risultati abbastanza modesti.

Nella seconda metà degli anni Settanta la spinta al cambiamento della scuola continuò soprattutto a livello legislativo. Nel 1977, infatti, furono emanate due leggi importanti: la n° 348 e n°517 del 4 agosto 1977.

La legge n° 348 del 16 giugno 1777 mirava a rendere la scuola media più rispondente  alla sua funzione orientativa, togliendo ogni pericolo di discriminazione; il latino come materia autonoma era abolito; si impegnava, inoltre, il ministro ad emanare nuovi programmi nei quali si curasse l’educazione linguistica e si potenziasse l’insegnamento dell’educazione scientifica, dell’educazione tecnica, dell’educazione musicale.  

Più ampia e articolata è la legge n° 517 /77.

La legge 517/77, una delle più avanzate in campo europeo e mondiale, costituiva un profondo salto per l’ordinamento scolastico:

L’adozione di un sistema valutativo non più legato ai voti, ma ad un giudizio articolato rispondeva all’esigenza di valutare l’alunno in rapporto alla sue possibilità, non la fine di  certificare gli esiti ma di individuare le strategie  e le metodologie più idonee al raggiungimento degli obiettivi educativi.

In seguito a questa legge  e in base ai principi ispiratori della 348/77, una commissione appositamente formata scrisse i nuovi programmi della scuola media, varati nel 1979[6]. I programmi segnavano un notevole passo avanti rispetto ai precedenti programmi del 1963 perché in tutte ( o quasi) le materie facevano propri i risultati più avanzati della ricerca didattica e della riflessione sulle varie discipline. Particolarmente nel campo dell’educazione linguistica, ma anche in quella degli altri linguaggi. Programmi ambiziosi, forse troppo ambiziosi per alcune materie, che incontrarono difficoltà ad essere attuati, perché richiedevano mutamenti significativi nel modo di fare scuola e una preparazione culturale e metodologica non sempre rinvenibile tra i docenti.

        Negli anni Ottanta, se si esclude l’emanazione dei nuovi programmi per la scuola primaria (1985), non ci sono fatti significativi nel settore scolastico. Ricchi, invece, di eventi e interventi scolastici furono gli anni Novanta. Sul piano normativo bisogna ricordare il Decreto legislativo n°297 del 16 aprile 1994 che approva il Testo unico delle disposizioni legislative e vigenti relative al mondo della scuola e la legge n°59 del 15 marzo 1997, cioè la “legge Bassasini” che sancisce e introduce l’autonomia scolastica. Alla legge 59/97 fa seguito il DPR n° 275 dell’8 marzo 1999, che innova gli aspetti organizzativi della scuola: si passa concretamente da una organizzazione che riconosce la piena decisionalità alle strutture scolastiche chiamate a garantire un Piano dell’Offerta Formativa (POF) di qualità, caratterizzate da scelte integrate di tipo curriculare ed axtracurricolare e dalla personalizzazione dei piani di studio. Il vero fulcro, comunque, rimane la didattica.

In tale visione si colloca il D.M. n° 111 del 22 aprile 1999, che precisa e chiarisce come la sperimentazione dell’autonomia scolastica, finalizzata a migliorare gli esiti del processo di insegnamento-apprendimento riguardo prioritariamente la ricerca e l’introduzione di metodologie didattiche che favoriscano la crescita culturale e formativa degli alunni.

L’immagine che deriva da questa serie di provvedimenti è quella di una scuola in movimento e in continua trasformazione.

In questo programma, si inserisce anche il discorso relativo al riordino dei cicli scolastici, la cui prima proposta di legge essendo ministro Berlinguer, risale al 1997. Essa ipotizzava un nuovo assetto dell’Iter scolastico cercando due momenti: il primo comprendente l’ultimo anno della scuola dell’infanzia , cinque anni di scuola elementare e due di scuola media, Il secondo comprendente un biennio orientativo e un triennio successivo di scuola superiore.

La proposta trovò consensi, ma anche numerose opposizioni; pertanto fu soggetta a svariate modifiche, fra cui l’abolizione dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia.

 Con la legge del 10 febbraio 2000, n° 30, “Riforma De Mauro- Berlinguer”, si è giunti al completamento dei provvedimenti normativi, che hanno portato all’innalzamento dell’obbligo di frequenza di età e, soprattutto, ad una ristrutturazione del percorso educativo degli alunni, La riforma dei cicli, differente da quello precedente, in quanto comprendente un ciclo primario della durata di sette anni , ed uno secondario di cinque anni.

Da questa legge ha preso l’avvio l’iter parlamentare che è approdato in maniera definitiva alla legge n°53 del 28 marzo 2003, comunemente nota come “Riforma Moratti”.

Con il D.M. 18 luglio 2001, n°672, il ministro Moratti incaricò una commissione di esperti, guidati da Guido Bertagna, di procedere ad una ulteriore revisione della legge n° 30/2000.

Si approdò, pertanto, a un riordino del sistema scolastico con l’anticipo, seppur non obbligatorio a 5 anni di età e con un sistema di istruzione superiore di 4 anni, rispettando la direttiva europee della conclusione degli studi a 18 anni.

Anche questa proposta ha incontrato critiche e opposizioni, per cui si è proceduto ad una ulteriore elaborazione della Riforma e, finalmente, nel marzo 2003 venne approvata la legge n° 53 con la quale il governo veniva delegato a varare i decreti legislativi  necessari  all’adempimento delle norme generali in materia di istruzione e formazione professionale. Il nuovo ordinamento della scuola italiana prevede il diritto-dovere all’istruzione e alla formazione per almeno 12 anni.

 Il percorso educativo di istruzione e formazione si articola in due cicli: un primo ciclo, comprendente la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, e un secondo ciclo comprendente il sistema dei licei e quello parallelo dell’istruzione e della formazione professionale.

Il primo ciclo è composto da due moduli, uno di cinque e uno di tre anni, con specificità ben distinte. Il primo modulo, definito “scuola primaria”, si articola in un primo anno in cui si conducono gli alunni al possesso di elementi cognitivi di base e, successivamente, in due bienni. Il secondo modulo, definito “scuola secondaria di primo grado”, oltre ad accrescere le capacità autonome di studio e il rafforzamento delle attitudini alla interazione sociale, accresce, anche attraverso l’alfabetizzazione e l’approfondimento  delle tecnologie informatiche, le conoscenze e le abilità, in tutto in relazione allo sviluppo della personalità dell’allievo; sono previsti altresì, l’introduzione di una seconda lingua dell’Unione Europea e l’aiuto all’orientamento per la successiva scelta.

Il primo ciclo di istruzione si conclude con un esame di stato, il cui superamento costituisce titolo di accesso ai percorsi successivi.

 

 

 a cura della prof.ssa Rosa Trotta (Classe II A)

 

 


 

[1] Per la scuola italiana nel dopoguerra , cfr. D. Ragazzi, Storia della scuola italiana, Le Monnier, Firenze 1990, p.61 ss; F. DE VIVO, Linee di storia della scuola italiana, La Scuola Brescia 1995, p. 125ss;  V. Saracino – E. Corbi, Storia della scuola e delle istituzioni educative (1830-1999), Liguori, Napoli 1999, p. 71 ss..

[2] A. Ragazzini, op. cit., p.66

[3] Era di questo avviso Concetto Marchesi, il quale vedeva nel latino un patrimonio di valori essenziali alla formazione dei giovani: Cfr. V. Saracino – E. Corbi, op. cit., p. 95

[4] M. Gattullo – A. Visalberghi, La scuola italiana dal 1945 al 1983, La Nuova Italia, Firenze, 1986, p. 120.

[5] Per un’ampia trattazione dei decreti delegati, cfr. F, De Vivo, Linee di storia della scuola italiana, La Scuola, Brescia; 1994, p.181 ss.; D. Ragazzini, Storia della scuola italiana, Le Monnier, Firenze, 1990, p.81 ss..

[6] i nuovi programmi furono emanati con D. M. 9 febbraio 1979

 

 

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